Il Grande Cretto di Gibellina di Alberto Burri, l'arte che si fa materia

00:08 Isabella Mazzola 0 Comments


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Quando nel Gennaio del 1968 il terremoto di magnitudo 6.1 scosse violentemente la Valle del Belice e gran parte della Sicilia nord-occidentale, del piccolo paese di Gibellina – provincia di Trapani – non restarono che macerie, e le memorie dei superstiti. Il piccolo centro siciliano fu quasi raso al suolo, e tali furono le devastazioni che l’allora sindaco Ludovico Corrao e la sua giunta, decisero di riedificare la Nuova Gibellina una ventina di chilometri più a valle, sul territorio del comune di Salemi, anziché ricostruire la cittadina facendola risorgere dalle macerie antiche. La scelta fu sicuramente una scelta singolare, ma fu anche l’illuminata intuizione del sindaco Corrao che riuscì in pochi anni, a portare sul territorio della Valle del Belice alcuni fra gli artisti e architetti più importanti dell’epoca.
Ed è per questo motivo, che, chi oggi visita Gibellina Nuova, lo può fare passeggiando per la Piazza del Municipio di Franco Purini (o il Sistema della piazze di F.Purini e L. Thermes), passando attraverso la porta d’ingresso “Porta del Belice” di Pietro Consagra, e ammirando ad esempio la grande sfera di Ludovico Quaroni, o l’"Omaggio a Tommaso Campanella" di Mimmo Rotella.
Il grande “pezzo d’artista” è però a Gibellina Vecchia, ed è fra le sue macerie, o meglio, sono proprio le sue rovine. E allora l’opera che più ha segnato nell’ immaginario collettivo la storia di Gibellina e della sua ricostruzione, è senz' altro il Grande Cretto di Alberto Burri.

Umbro di nascita – Città di Castello, Perugia 1915 -  Alberto Burri, è stato uno dei più grandi artisti del secolo XX. Espone la sua prima personale nel 1947 presso la Galleria La Margherita di Roma, e già dai primi anni 50 si avvicina alla corrente dell’Arte Informale, di cui poi diverrà uno dei maggiori esponenti, grazie all’ utilizzo di materie povere, organiche o sintetiche (legni, metalli, sacchi di juta, plastica), e al rifiuto totale della forma.
Il rifiuto della forma fu ,infatti, il leitmotiv della corrente Informale che si sviluppò nella seconda metà degli anni 50, nel cuore pulsante dell’ Europa, come risposta degli artisti agli orrori della Seconda Guerra Mondiale e alla conseguente morte dell’arte. Da quel punto in poi gli artisti avrebbero decretato defunta la rappresentazione figurativa della realtà, e quindi abbandonato la tradizione accademica della forma, per adottare un nuovo linguaggio informale, gestuale, spaziale, materico.
Mentre in America l’Informale si esprime tramite la pittura gestuale e l’Action Painting di Jackson Pollock, in Europa prende vita la tendenza di un Informale che pone in primo piano la materia sulla forma, ed è l’Informale Materico di Jean Dubuffet, Antoni Tàpies e Jean Fautrier. Alberto Burri, dopo una breve parentesi astratta, ne diventa il più grande promotore creando opere come i Sacchi(1953-1954), i Legni (1956) o i Ferri del 1957. Ma saranno i Cretti, distese materiche caratterizzate da tagli radiali che Burri comincerà a creare agli inizi degli anni Settanta, a rendere l’artista, scomparso nel 1995, immortale. (In Italia: Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea, Roma, e Museo di Capodimonte, Napoli)

Il Cretto di Gibellina (1984-85) fu sicuramente una delle sue più grandi opere, nonché una delle opere di arte contemporanea più estese del mondo con una superficie di 8000 metri quadrati. A causa dell’interruzione dei lavori nel’89, l’opera è rimasta incompiuta sino alla realizzazione avvenuta nel 2015, dopo trent’anni dalla sua progettazione. Il Cretto – che altro non è che un’immensa colata di cemento bianco gettata sulle macerie della Vecchia Gibellina- ha compattato in blocchi squadrati di 300 x 400 metri e alti 2, gli isolati e quel che rimaneva dell’antica cittadina, pur mantenendo inalterato l’assetto dei piccoli vicoli e sentieri. Metaforicamente l’opera avrebbe dovuto rappresentare un sudario, un lenzuolo funebre che avrebbe coperto il paese antico per commemorare le vittime del terremoto del ’68.

Dopo trent’anni dal progetto dell’artista, Il Grande Cretto è, sì, completato, ma versa in una condizione di degrado senza paragoni. Le cause del degrado sono molteplici, alle cause intrinseche della natura del progetto si sono aggiunte l’incuria e la mancanza di interventi manutentivi, quella che doveva essere una grande distesa di cemento bianco è adesso una grande macchia grigia. Il cemento Portland gettato sulle rovine di Gibellina ha creato chiaramente blocchi di materiale estremamente eterogeneo - mobilio, tessuti, murature - e questo in termini di conservazione ha creato diversi problemi, portando a rottura la gran parte dei blocchi. Inoltre il progetto prevedeva l’inserimento, all’interno di questi ultimi, di alcune lamiere ondulate in superficie che ricreassero l’effetto in sommità, e questo ha fatto sì che si manifestassero, anche grazie alla cattiva miscelazione del cemento, comuni effetti di carbonatazione dei ferri che, ossidandosi, appunto, hanno portato a rottura il materiale; nelle fessure, quindi, è penetrata l’acqua che ha portato alla formazione di vegetazione infestante e patina biologica in copertura. I blocchi inoltre, non avendo strutture di fondazioni sono soggetti a scivolamento, e stanno lentamente declinando lungo il pendio.

Il Grande Cretto di Gibellina per alcuni è destinato a scomparire, così come si pensa fosse scritto nella volontà dell’artista, volontà testimoniata dall’ utilizzo di alcuni materiali facilmente degradabili come il cemento armato, e dalla volontà dell'artista di non intervenire, nonostante la manifestazione dei problemi dell'opera già durante i primi anni della sua realizzazione, aspirando forse ad una decadenza voluta. 

Il restauro dell’imponente opera d’arte del Maestro dell’Informale italiano non è stato ancora avviato completamente a causa delle visioni contrastanti della critica moderna sull'argomento, ma sono state fatte indagine diagnostiche, sostituito il calcestruzzo deteriorato ed i ferri esposti ossidati, estirpate erbacce e puliti i blocchi con particolari tecniche di pulitura con biocida e criogenica, ma manca ancora tanto.

Il dibattito è ancora fortemente acceso, e mentre il mondo accademico si schiera favorevole o contrario al restauro del Grande Cretto, i blocchi di Gibellina, bianchi cemento, scivolano via, e con loro la memoria di ciò che è accaduto.

Isabella Mazzola

Il Grande Cretto di Gibellina prima del completamento e della pulitura, Gibellina, Trapani, 1984-2015


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